venerdì 10 marzo 2017

La buona abitudine di rifare il lettino

Al mattino, le nostre figlie maggiori sanno che prima di scendere a fare colazione, dopo essersi preparate per la scuola, hanno il compito di piegare il loro pigiama, sistemarlo sotto il cuscino e rifare il proprio letto. Scuotono e sistemano il piumino lungo tutta la lunghezza del materasso oppure lo piegano a metà, un lavoro che richiede davvero pochi secondi. Alla sera hanno il compito di controllare i propri vestiti: se sono sporchi vanno nella cesta del bucato, se sono puliti vanno appesi all'attaccapanni per indossarli il giorno dopo, se sono puliti ma desiderano riutilizzarli più avanti vanno piegati e riposti nell'armadio.
Mentre sono a scuola io entro nella loro stanza, apro la finestra, rassetto qui e là senza troppo impegno. Per le grandi pulizie invece (riordinare l'armadio, le scrivanie, spolverare, pulire le finestre...) ci diamo appuntamento e facciamo tutto insieme. Stanno imparando che osservare queste semplici regole gli permette di avere una stanza più o meno in ordine e gli dà la possibilità di fare anche una bella figura con le amichette. Stanno imparando appunto. Nonostante conoscano "le regole", certo non mancano le eccezioni. 
Lo sappiamo noi genitori che l'educazione è fatta di esempi e frasi ripetute decine di volte, quindi insisto e ogni volta che ho rifatto i letti al posto loro gliel'ho fatto notare. Poi però ho pensato che dovessero imparare cosa significasse tornare a casa e trovare i letti disfatti, quindi le spedivo a svolgere il compito. Confesso di essermi arrabbiata più di una volta per il disordine nella stanza delle mie figlie e altresì commossa per le loro buone intenzioni.
La settimana scorsa mi è capitato di vedere l'intera faccenda da un'altra prospettiva. E' successo nel riprendere tra le mani un libro che ho letto due o tre volte e che avevo bisogno di rileggere. Si tratta di "La donna che non esiste", un libro di Maria Teresa Standridge-De Giustina (vi ho già parlato di lei in questo post). Eccone un estratto:
... come faccio a capire quali sono le mie buone opere? È una buona domanda. Io l'ho risolta, come sempre, prendendo la via più semplice e meno complicata. La mattina, quando prego, chiedo al Signore di aiutarmi a fare le buone opere che Lui ha preparate per me, e non quelle di mio marito, o dei miei figli o della vicina. (Per esempio, se mio figlio ha avuto l'ordine di farsi il letto prima di andare a scuola e poi, invece, è andato a scuola senza farlo, non glielo faccio io. Quella è la"sua" buona opera. Non è la mia. Quando tornerà da scuola se la troverà ancora li ad aspettarlo. Fargli il letto vorrebbe dire viziarlo e Dio prepara per me delle opere buone, non delle opere che fanno del male!)
Leggendo questo passaggio ho avuto la conferma di essere nella direzione giusta. Forse la mia motivazione era meno nobile di quella suggerita dall'autrice del libro, ma pur sempre corretta e questo sarà un bene sia per me, da mamma, che per le mie bambine, da figlie.
Non è un obbligo: rifare il lettino è la loro occasione di fare una buona opera. Mentre io posso dedicarmi alle mie.

E comunque entrare nella cameretta e trovare Lillifee che dorme in un lettino rifatto, non ha prezzo.








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